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Approfondimento. Fondi accessori, il “punto di non ritorno”: la scelta dei Comuni diventa strutturale

Non si torna indietro. Per gli enti locali, decidere di rimpinguare il portafoglio dei dipendenti con le maglie larghe del Decreto 25/2025 non è un bonus una tantum. È un impegno definitivo. La Corte dei Conti delle Marche, con la deliberazione n. 15/2026, ha tracciato una linea netta: una volta che le risorse entrano nella “parte stabile” del fondo, il portone si chiude alle spalle dell’amministrazione.
Il nodo? L’art. 14 del D.L. 25/2025. Consente agli enti di portare le risorse decentrate fino al 48% della spesa per gli stipendi tabellari del 2023. L’obiettivo: armonizzare i salari accessori con quelli dei ministeri. Ma il Comune marchigiano chiedeva chiarimenti: queste somme si consolidano per sempre o solo se destinate a indennità specifiche?
La risposta dei magistrati contabili è netta: il consolidamento dipende dalla natura delle risorse, non dal loro uso. Se il Comune decide, dopo aver verificato la sostenibilità finanziaria e ottenuto il via libera dei revisori, di iscriverle nella parte stabile del fondo, diventano un “onere permanente”. Non importa se serviranno per trattamenti obbligatori o altre voci accessorie: restano lì, cristallizzate, anno dopo anno.
Il messaggio per sindaci e responsabili finanziari è chiaro. Incrementare il fondo è un’opportunità preziosa per valorizzare il personale. Ma richiede pianificazione chirurgica. Prima di firmare, bisogna essere certi che le casse comunali possano reggere l’urto non solo oggi, ma anche negli anni futuri.

ECLI_IT_CONT_2026_15SRCMAR-PAR

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